Il setting itinerante

Giacomo Downie - Firenze - Casa di riposo "Il Gignoro"  

Un’azione, il suo contesto, l’ambiente. Che rapporto lega azione e ambiente? Questo ambiente condiziona quello che stiamo facendo e in che modo?
         In ogni pratica dove c’è di mezzo la parola “terapia”, non si sottovaluta mai l’ambiente dove si agisce, anzi, talvolta assume un aspetto dominante nella cura. Così anche in musicoterapia tutti gli aspetti che riguardano un incontro (luogo, orario, costo, ecc.) sono presi attentamente in considerazione e si parla di “setting”.
         Lo spazio fisico e la sua organizzazione hanno gran peso e ne parlano un po’ tutti i manuali. La funzionalità dell’ambiente all’attività svolta (dimensioni, forma, qualità acustica), la presenza di elementi che rendano riconoscibile il carattere dell’incontro (strumenti musicali), l’assenza di elementi che possano avere significati non coincidenti con l’oggetto del trattamento (colori, foto, pitture), la delimitazione rispetto ad altri spazi dove si fanno altre cose. Alcuni testi importanti indicano come requisito l’isolamento acustico da e verso l’esterno.
         In un centro per anziani sarebbe ideale avere una stanza con tutte queste caratteristiche (improbabile nella situazione economica attuale dei servizi), luogo che tornerebbe utile anche al musicoterapista che vedrebbe oltretutto consolidata l’immagine della propria professionalità (quello che ha la sua stanza).
 Mi sono posto in merito un paio di domande.
         Lavoro con una persona disorientata la cui patologia potrebbe essere malattia di Alzheimer. Non parla, non ha molte possibilità di scegliere quello che preferisce. Che faccio, la allontano da un ambiente dove forse è riuscita a trovare qualcosa di vagamente familiare e la porto nella stanza isolata acusticamente (quindi piuttosto disorientante)?
         Se svolgo un’attività isolata non rischio di perdere legami e continuità con quello che la persona vive quando è fuori della stanza? Sarà quindi giusto allontanarla da quel contesto comunque suonante e risuonante che sarà ben diverso da quello offerto nel mio incontro (breve)?
          Ecco come sono giunto ad avvicinarmi al concetto di “setting itinerante”. Una definizione che ha del paradosso essendo riferita a qualcosa che in principio è estremamente rigido, invariabile, precostituito, cornice stabile di un evento dinamico.
         Assumiamo come setting  anche la cornice abituale in cui vivono le persone, un ambiente quotidiano fatto di strutture architettoniche, luci, arredamenti, ritmi delle varie attività e naturalmente di altre persone. Andiamo oltre, facciamo vibrare questa cornice, rivolgiamole i nostri suoni determinando un processo di armonizzazione che non riguarda esclusivamente l’ospite. Un semplice corridoio dopo che ci abbiamo cantato “è un’altra cosa” (lo dicono i suoi abitanti).  Suoni e musiche saranno inoltre calibrati sulla vita effettiva delle persone, su quello che si coglie stando nei loro spazi, parlando con chi le vede tutti i giorni pulendo loro la camera o servendo loro da mangiare. Il personale assistenziale potrà dal canto suo prendere atto di come la persona appaia in una condizione diversa dal solito, osservare una persona che si sta esprimendo.
  “Il carrello della musica”
         Un elemento riconoscibile che definisce il contesto nei diversi momenti delle attività itineranti: un carrello di legno con tre ripiani sul più alto dei quali troneggia un vecchio grammofono di legno col diffusore a tromba dorata. Un mini impianto hi-fi, una chitarra, alcuni strumenti a percussione, almeno un tamburo grande,  dischi, cassette, spartiti,  saxofono personale e in alcuni casi un  riproduttore per dischi a 45 e 78 giri. Un collega (S. Iacopozzi), ha introdotto una variante aggiungendo un apparecchio a batterie per riprodurre musica. In questo modo può fare musica anche durante gli spostamenti, evocando ad esempio il suono di una banda di paese che si avvicina o allontana. Il setting viene proposto ancor prima di apparire visivamente. La mobilità inoltre consente, come sostiene un altro collega, Luca pozzi (Abbiategrasso, MI, conferenza del 29/9/2001),  di rispecchiare in musica un comportamento tipico della malattia di Alzheimer, il wandering. L’accompagnamento musicale di quello che viene definito “girovagare afinalistico” di queste persone dà loro dei punti di riferimento, un ritmo che aiuta anche noi nella ricerca di un senso di un’azione che ne appare priva.
 

 

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