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Difficile, davvero, spiegare che cos’è, come funziona un incontro di
musicoterapia. Difficile perché non si tratta, come molti penserebbero, di
ascoltare un buon brano e dall’esecuzione musicale trarre giovamento al
proprio disagio (anche se questo è senz’altro uno dei valori della
musica). Il motivo per cui è difficile, lo rende abbastanza bene uno che
da 25 anni la musicoterapia la mette al servizio degli altri. “Se l’arte,
e perciò la musica, è l’autostrada verso l’altro” spiega Francesco
Delicati “la parola è… una stradetta di campagna”. Nessuna comunicazione
verbale, spiega il 52enne impiegato, “è tanto efficace quanto quella non
verbale, istintiva, corporea”. Detto così, l’assunto è ormai storia nota,
dalle varie terapia alternative in giù. Ma a sentire la storia e quello
che oggi fa Francesco, davvero ci si rende conto: la musicoterapia è da
provare, e non da spiegare; i suoi immensi benefici sono da vedere e
sentire, e non da valutare.
A Francesco sfugge il ‘quando è iniziato tutto ciò; forse con l’inizio
delle prime strimpellate con la chitarra, a 14 anni; in realtà non c’è un
vero inizio. Il musicoterapeuta più noto dell’Umbria (e non lo dice lui,
ma le associazioni che vi si rivolgono, i malati che ne hanno tratto
giovamento, gli anziani, le famiglie di disabili) aveva solo questa
passione spontanea, cresciuta mentre la vita lo incanalava verso un lavoro
impiegatizio. Senso del dovere, orari, cartellini. I suoni, però, lo
rendono ‘matto’. I suoni sono per lui libertà. Dopo un corso a Fermo con
la Siem (Società Italiana Educazione Musicale) nel ’78, avviene lo start
up. Francesco, fuori dal lavoro, inizia propedeutica musicale nelle
scuole, e i bimbi impazziscono al suono delle percussioni, che pare
casuale, ma non lo è affatto. Pure Francesco ne trae benessere, “fui il
primo beneficiario della mia terapia”, e comincia a pensarvi come ad un
lavoro. Siamo nei primi ’80 e ancora, però, non se ne parla: non c’è la
cultura, l’ambiente, il mercato. Una fatica, che poi si dirige verso la
scelta del volontariato. “Tutti gli anni ‘80” - sono i suoi ricordi - “li
dedicai all’associazione Prometeo, dove approfondivo con altri le
discipline psico-corporee”. Già perché Francesco, persona di ‘confine’ a
cui piace attraversare le frontiere, conosce le terapie fatte di teatro,
danza, maschere, respiro, immagini. “Esploravo linguaggi differenti”. Non
pesa all’impiegato Francesco la vita di confine, “ero e sono bravo ad
abbattere i muri, è sempre stato un mio bisogno. Solo dopo mi sono accorto
che era un bisogno pure utile agli altri”. Le prime esperienze come
musicoterapeuta sono con anziani, giovani pazienti psichiatrici, autistici.
La musica è relazione con l’altro, quell’”autostrada” che arriva dritta
all’altra persona senza mediazioni né sovrastrutture. Non conta la musica
in sé, spiega Delicati, essa è solo il mezzo per arrivare all’altro, senza
parole. Da qui discende l’incontro in musicoterapia, ben lungi dall’essere
un ‘concerto’. “Cos’è, allora? Ci provo, a spiegarlo, con l’esempio degli
anziani, il mio colpo di fulmine da quando entrai in una casa-albergo di
Perugia, agli inizi, e da anni con l’associazione A.M.A.T.A.”. Col malato
di Alzheimer ad esempio (emblematico nel lavoro di Delicati) si tratta di
“entrare in contatto col ritmo interiore del paziente; rallentare,
abbassarsi, anche fisicamente; diminuire, fare ‘meno cose’. Li osservo; la
postura, chiusa. La testa china, la schiena curva. Devo assecondare i loro
gesti e trovare una musica che si sintonizzi col loro stato d’animo,
contenere, accogliere”. Una volta rotte le barriere – basta una chitarra,
un canto o una percussione – il messaggio è, ‘ti riconosco, sono con te’.
Il potere comunicativo, e affettivo, è enorme e ancor più nel gruppo, che
ha un’energia a sé. Fanatismi? Affatto. “Il musicoterapeuta è paritario
agli altri, è ‘solo’ un facilitatore” sottolinea Francesco, che è
accreditato dalla Federazione Italiana Musicoterapeuti. Dove arriva la
musica? “Dipende, ogni incontro è imprevisto, ogni malattia, ogni disagio
sono diversi”. ‘Con chi’ arriva la musica? “Con tutti, ognuno però è un
imprevisto pure per me. L’autistico, nella sua chiusura totale, ti fa
riscoprire il valore dei gesti minimi, il Down è gioioso, il paziente
psichiatrico è più difficile“. Francesco ha lavorato con gruppi e singoli,
malati in un letto d’ospedale, a cercare con il suono anche il battito di
una palpebra, segno tangibile del muro abbattuto. Ma è con i pazienti
Alzheimer, con le ‘colonne sonore’ della loro vita, mai del tutto perdute,
che il ‘pifferaio magico’ amerà sempre più di tutti suonare.
(Dal quotidiano “Il Messaggero” - 8/12/2005)
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