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L’animatore: “essere” per
“aiutare ad essere”.
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La frase sopra citata può facilmente essere ricondotta sia al lavoro e
all’essere dell’animatore, sia al mondo degli anziani. Secondo Jung,
prendere coscienza di se stessi è sinonimo di evoluzione della propria
personalità: durante tale trasformazione, la coscienza dei singoli non è
più schiava dell’io, ma si rende partecipe del mondo circostante.
In parole povere, quindi, lo sviluppo e la realizzazione della persona
equivalgono alla formazione della personalità e al raggiungimento della
maturità interiore.
L’anziano, per esempio, abituato durante tutta la vita a pensare a se
stesso in termini di rendimento nei confronti della società, si trova
all’improvviso a non potere più contare sulle capacità ritenute importanti
durante l’attività lavorativa.
Da ciò può nascere smarrimento, delusione e rinuncia; tuttavia, si
potrebbe interpretare la perdita di alcune capacità solo come possibilità
di rimettersi in gioco e rinascita verso un altro essere.
Invecchiare diventa, perciò, un modo per crescere: “avere o essere”
diventa, così, la scelta da compiere, un modo nuovo di vivere ed agire.
Dove si colloca, allora, in tale discorso, la figura dell’animatore? Chi
abbia avuto modo di entrare in contatto col mondo della terza età può
facilmente rendersi conto delle difficoltà che si incontrano, volendo in
qualche modo aiutare l’anziano a riscoprire se stesso. Paradossalmente,
accade che l’animatore venga a provare in prima persona, seppure con altre
motivazioni di fondo, il senso di frustrazione che tocca da vicino
l’anziano.
Essere animatori significa, allora, esprimere, (vale a dire “spremere
fuori”, “tirare fuori” da sé), ciò che si ha e ciò che si è; occorre
essere coscienti del fine del proprio operato, e non solo possedere la
conoscenza di diverse tecniche, e comunicare in modo equilibrato, essendo
sempre al servizio degli altri.
Se un animatore si limita ad avere una mera conoscenza, seppure
approfondita, di diverse tecniche, non mette in gioco nulla che faccia
parte di sé e della propria personalità; se riesce, invece, ad essere, può
anche comunicare.
Nelle Case di Riposo, in particolare, è essenziale per le persone anziane
sentirsi accolti e ascoltati; l’intervento animativo comincia da qui.
L’anziano ha il diritto – dovere di essere se stesso: l’animatore può
incominciare una relazione d’aiuto prima di tutto riflettendo su di sé ed
entrando in sintonia con i propri fini; solo in una prospettiva di
profonda comprensione e rispetto della condizione di “ospite” è possibile
iniziare una comunicazione e intraprendere un cammino.
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La comunicazione in animazione
La
condizione che permette di realizzare quanto teorizzato nel paragrafo
precedente (vale a dire, come si è detto, che l’animatore sia in grado di
comunicare ed esprimere, per poi conoscere e quindi animare), nasce
innanzitutto dal sapersi autovalutare, vale a dire riconoscere i propri
limiti e caratteristiche; quindi, occorre sempre prestare attenzione alla
qualità della propria comunicazione, inviando messaggi comprensibili
all’interlocutore e individualizzandoli, tenendo, perciò, conto
dell’altrui stato d’animo e della matrice culturale.
E’ importante evitare una
comunicazione generica ed imprecisa, che porta facilmente a false
interpretazioni (i problemi nascono spesso dal fatto che non si riesce ad
adeguarsi all’altro); bisogna, allora, essere in grado di decodificare il
feedback (vale a dire: un soggetto che emette un segnale riceve un segnale
di ritorno dal ricevente), che può essere interpretato sia in senso
verbale, sia non verbale. Il primo si identifica con il linguaggio di chi
abbiamo di fronte, mentre il secondo si esprime nella corporeità, la
mimica e la gestualità.
Esso fornisce informazioni quando non
è utilizzata la parola; d’altra parte, sono principalmente non verbali le
modalità attraverso cui vengono espresse le emozioni e gli atteggiamenti.
Il rapporto tra due persone o più è cosparso di segnali non verbali, dei
quali, spesso, gli stessi interlocutori non si rendono conto.
-
Modalità
espressive della comunicazione non verbale.
Poiché, molto spesso, l’animatore
entra in contatto, in Casa di Riposo, con persone anziane con scarsa o
nulla comunicazione verbale, e visto che è comunque molto interessante e,
in alcuni casi, utile saper notare i vari tipi di modalità espressive,
apriamo una parentesi per approfondire il discorso.
·
La postura:
tale termine definisce la posizione del corpo. Può essere eretta,
rannicchiata e in ginocchio o distesa; ad ogni postura corrispondono
differenti atteggiamenti degli arti e diverse angolazioni del corpo.
Si è visto che una persona dominante
tiene le braccia in posizione asimmetrica (per esempio, in tasca), oppure
si inchina lateralmente e le gambe (una o entrambe) non si appoggiano al
pavimento. La postura di sottomissione è, invece, meno eretta e col busto
abbassato.
E’ curioso rilevare come le persone
che si sentono “in sintonia”, come ad esempio due amici, tendono ad
assumere, inconsciamente, posture molto simili, durante una conversazione.
Anche in campo terapeutico, si è, per
esempio, notato che, se un paziente sta seduto in silenzio, col busto in
avanti, le braccia incrociate sul petto e lo sguardo fisso, è più facile
che un terapeuta entri in comunicazione assumendo una posizione analoga,
piuttosto di restare dietro a una scrivania.
·
I gesti:
con essi si trasmettono idee, emozioni e sentimenti. Con questa
definizione si intendono i gesti delle mani, ma anche quelli delle gambe.
Se, per esempio, una persona è
annoiata, estende al massimo le gambe e le incrocia sopra la caviglia.
L’ansia, inoltre, può essere
comunicata da mani contratte, o tese ad aggrappare i braccioli di una
sedia. La depressione è individuata da movimenti lenti e privi di enfasi;
l’euforia da movimenti veloci, ritmici, affettuosi.
·
L’espressione del
volto: la mimica facciale
è un mezzo di comunicazione molto efficace a distanze ravvicinate. Alcuni
movimenti possono essere involontari, così che tradiscono i veri
sentimenti della persona.
Per fare un esempio, si verifica che
la felicità in un volto umano è espressa da: labbro superiore abbassato,
palpebra inferiore corrugata, narici dilatate, labbra aperte, angoli della
bocca sollevati e tirati indietro.
·
Lo sguardo:
i vari tipi di sguardo giocano un ruolo fondamentale nella raccolta e
l’invio di informazioni e nell’instaurare relazioni con gli altri.
Si è constatato che, in un’intervista
a due persone, quella che viene più osservata dall’intervistatore si
considera la preferita, oppure, durante una conferenza, l’oratore tende a
guardare più spesso coloro dai quali si sente gratificato, per esempio
perché riceve cenni di approvazione.
·
Il contatto corporeo:
è la più antica forma di comunicazione, ed è la più importante per i
bambini. Esso può aiutare a stabilire relazioni amichevoli o a esprimere
aggressività, mentre alcune forme di contatto non implicano alcun
particolare sentimento verso l’altro (i saluti, le congratulazioni).
Esso viene utilizzato in terapia per
aumentare le capacità di comunicazione ed esprimere le proprie emozioni in
soggetti fortemente inibiti.
·
Il comportamento
spaziale: comprende la
vicinanza, l’orientamento, il comportamento territoriale e il movimento
nell’ambiente.
Se, per esempio, una di due persone
tende a diminuire la distanza con l’altra, significa che vorrebbe
aumentare l’intimità. Se, poi, un soggetto intende iniziare un incontro
con un altro, gli si avvicina; se, però, si avvicina troppo, l’altro si
sentirà a disagio e si allontanerà.
I malati mentali, per esempio, hanno
bisogno di un maggiore spazio personale, rispetto ad altre persone.
·
Le vocalizzazioni
non verbali: l’aumento del
tono della voce, per esempio, è valutato come una manifestazione di
allegria, mentre un abbassamento è negativo (la maggior parte delle
persone depresse usa un tono basso). Un aumento eccessivo può esprimere
rabbia ed ostilità.
·
Abiti, fisico ed
altri componenti dell’aspetto esteriore:
il tipo di abbigliamento dà precise informazioni riguardo alla
personalità, allo status sociale, l’aggressività e così via. Alcuni
oggetti ed accessori, poi, servono ad indicare il gruppo di appartenenza o
la professione (l’anello di matrimonio o di fidanzamento indica il legame
affettivo). Addirittura il taglio dei capelli ha un significato sociale:
per gli uomini, per esempio, i capelli lunghi indicano una sorta di
trasgressione.
L’aspetto esteriore, insomma,
comprende molti aspetti e messaggi che trasmettono alcune caratteristiche
della personalità della persona.
-
Quale ruolo per
l’animatore?
Se essere anziani può
voler dire perdere memoria, progettualità, diversificazione e complessità
di ruoli, (tutti fattori che aumentano la qualità della vita), purtroppo,
spesso, l’entrata in Casa di Riposo peggiora questo stato di cose.
L’ideale sarebbe che la
persona stessa si attivasse per meglio conoscersi, in un processo di
ricerca che promuovesse l’impegno a trovare un ruolo nella propria
vecchiaia; molti, avendo investito tutto il proprio essere per dare il
massimo nelle altre stagioni della vita, si trovano, invece, impreparati
di fronte alla senilità e alla frequente perdita d’indipendenza che porta
al ricovero in istituto.
Può l’animatore operare
per mitigare o, forse, evitare tale stato di cose?
Molto spesso, il ruolo di
coloro cui è affidato tale settore in Istituto non è ben chiaro, proprio
perché va al di là di una facile interpretazione estesa solo al
“visibile”. L’animatore dovrebbe possedere la capacità di leggere i
bisogni all’interno dell’istituzione, la quale li leggerà a sua volta. Il
rischio, spesso, è invece quello di dare risposte stereotipate a bisogni
solo presunti e non realmente verificati; si potrebbe, allora, dire che
l’animatore “anima soprattutto i bisogni”.
Egli, inoltre, introduce
una grande novità nell’ambito lavorativo: l’affettività.
Il
fatto che l’affettività sia il vero metodo rappresenta sicuramente una
sfida, ma è l’unico modo per partire da un istituto e ottenere una “casa”.
Tra i passi da compiere
per arrivare a questo traguardo deve porsi una scomposizione dei momenti
istituzionali, che devono poi ricomporsi, tramite l’intervento degli
ospiti stessi della struttura.
Alcuni cardini su cui l’animatore deve impostare il proprio operato sono i
seguenti:
·
Non si
lavora per diminuire la malattia, ma per aumentare la salute, tramite la
socializzazione, il recupero delle capacità dei singoli e l’incremento
delle possibilità di ognuno, nel rispetto delle individualità e evitando
l’imposizione delle attività.
·
Non bisogna
tanto possedere tecniche, quanto avere “competenze” (“competere” =
lavorare insieme), vale a dire interagire con gli ospiti e rispondere ai
loro reali bisogni.
·
E’
fondamentale l’opera di collaborazione e di mediazione con
l’amministrazione della struttura; in tale prestazione, può anche accadere
che egli diventi una figura conflittuale, ma, d’altra parte, il conflitto
implica cambiamento. Date tali premesse, si può ora configurare, nella
pratica, quali debbano essere le operazioni da svolgere nel momento in cui
la figura professionale dell’animatore entri a far parte dell’organico.
Si possono verificare tre
differenti evenienze:
1.
Nella struttura in cui l’animatore si trova a lavorare, non è mai
esistita, prima d’allora, la sua figura professionale.
2.
Il professionista sostituisce o collabora con un collega già
operante.
3.
Egli deve iniziare il proprio lavoro in una Casa di Riposo di nuova
apertura.
Per procedere alla stesura di un programma vero e proprio di animazione,
sarà, quindi, necessario procedere all’analisi dell’istituto in cui si
opera: oltre a verificare ciò di cui sopra, occorrerà fare una visita
preliminare, per conoscere il tipo di struttura, la disposizione dei
locali, la composizione del personale, la tipologia degli ospiti
ricoverati e lo schema di una loro giornata tipo.
Sarà, poi, di
fondamentale importanza, convocare un incontro preliminare con le altre
figure professionali, in modo da rendere chiaro a tutti il ruolo
dell’animatore e la sua professionalità, impostare la possibilità di un
lavoro di équipe e specificare gli eventuali dubbi, o annotare idee e
impressioni: chiarendo, fin dall’inizio, il tipo di lavoro che s’intende
svolgere e sottolineando l’importante ruolo della collaborazione tra i
dipendenti, si potrebbe rendere più semplice l’attuazione del servizio.
Riassumendo, l’analisi
della situazione deve prevedere i punti seguenti:
·
Analisi
dell’ambiente in cui si opera: istituzione, ambito geografico, ambito
strutturale.
·
Possibili relazioni con altri ambienti del territorio.
·
Valutazione di capacità e possibilità dell’équipe di lavoro.
·
Valutazione dei fini da raggiungere.
·
Possibilità economiche.
·
Valutazione dei singoli e del gruppo di lavoro.
-
La progettazione
dell’intervento.
Si è visto come la definizione del lavoro dell’animatore sia piena di
sfaccettature: questo perché egli, fondamentalmente, è un progettatore e
un rielaboratore di interventi, in continua evoluzione; egli sa
“connettere”, e proprio per questo la sua opera è inscindibile da quella
delle altre figure.
La progettualità all’interno della struttura è fondamentale: ci vuole il
consenso– appoggio della direzione per chiedere agli altri operatori di
entrare a far parte del processo animativo. L’animatore non deve essere
circoscritto o addirittura confinato nel proprio ruolo, perché, in tal
modo, il suo lavoro diventa inutile: gli anziani hanno bisogno di una
stimolazione a 360°.
Non sarà, poi, importante dove si arriverà, ma come sarà impostato il
cammino.
La progettazione vera e propria verrà a coinvolgere non solo la struttura
e le figure in essa operanti, ma fin dall’inizio dovrà prevedere il
coinvolgimento del territorio: sarebbe buona cosa prendere contatto con le
associazioni presenti nella zona e, possibilmente, conoscere la realtà
delle varie scuole, stando però attenti a non “spaventare” questi
possibili volontari o collaboratori con richieste impossibili, ma anche
chiarendo la serietà della decisione di occuparsi del mondo degli anziani.
In sostanza, si potranno fissare orari e momenti più o meno strutturati, a
seconda della loro disponibilità.
Un’altra annotazione riguarda l’atteggiamento da tenere durante tutto il
lavoro di animazione: il migliore progetto diventerebbe carta straccia se
intendessimo seguirlo sempre alla lettera, senza compensarlo con
l’osservazione di ciò che accade giornalmente.
Un animatore necessita di grande sensibilità ed empatia: non basta
decidere come agire all’inizio, bisogna sempre avere il coraggio di
autovalutarsi, eventualmente rivedendo le proprie opinioni, verificando
periodicamente i risultati che si ottengono, senza cadere in un
atteggiamento di onnipotenza e pensando, quindi, di poter lavorare in
completa solitudine; ciò potrebbe portare addirittura l’animatore ad
entrare in “corto circuito” e a “bruciarsi” prima di avere iniziato un
lavoro sufficientemente buono.
Nel momento in cui avviene l’incontro con l’ospite, bisognerà avvicinarsi
ad esso con umiltà, cercando di rompere quella sottile barriera o il
disorientamento che lo prende all’entrata in istituto. Una scusa per un
primo colloquio può essere la compilazione della “SCHEDA DELL’OSPITE” ; la
raccolta dei dati ha, come risultato, di conoscere la persona anziana sia
anagraficamente, sia sotto il profilo psicofisico, sia da un punto di
vista più strettamente animativo.
Nel caso in cui alcuni problemi fisici o mentali impediscano all’ospite
una facile comunicazione, saranno coinvolti nella compilazione i suoi
parenti o conoscenti: essi stessi possono rappresentare un prezioso punto
di riferimento per meglio conoscerlo ed, eventualmente, sostenerlo od
aiutarlo, per quello che compete all’animatore. Alcune parti della scheda
prevedono, poi, un incontro con le figure del settore medico,
infermieristico e fisioterapico, che possono fornire dati importanti sulla
situazione sanitaria dell’anziano.
Una volta impostato questo tipo di lavoro, lo schedario rimarrà sempre
aperto, visto che debbono essere previsti continui aggiornamenti e
valutazioni, da effettuarsi periodicamente. Un lavoro di questo tipo
permette di rendere conto con più facilità dei progressi o degli svantaggi
di ogni persona, anche nell’ottica di incontri con il resto delle figure
professionali (un’altra voce da inserire nella scheda potrebbe infatti
essere “Collaborazioni interprofessionali”).
Occorre, infine, fare un’ulteriore precisazione: nel caso, sempre più
frequente, in cui si abbia a che fare con anziani non autosufficienti, e
nell’ottica della collaborazione interprofessionale, potrebbe essere di
aiuto, nella valutazione delle capacità residue dell’ospite, la diagnosi
funzionale, con la compilazione di una scala di valutazione del
comportamento (adattata agli anziani), in cui si potrebbe coinvolgere
anche il resto del personale, visto che può essere di ausilio per la
valutazione dei progressi ottenuti e per approfondire la conoscenza della
persona.
Mi si permetta, a questo punto, una considerazione personale: accade
spesso, nelle Case di Riposo, che l’ospite sia trattato come un paziente,
un numero, un… “oggetto”, le cui necessità sono di essere nutrito, lavato,
curato delle patologie di cui soffre. Così facendo, però, spesso, ci si
dimentica di avere a che fare con una persona, che ha avuto una vita piena
di esperienze, belle e brutte, e che non solo ha il diritto di essere
trattato come un essere umano, ma che può anche insegnare qualcosa, pure
in presenza di condizioni fisiche e mentali non più ottimali.
Ecco perché potrebbe essere utile, in qualche modo, “costringere” gli
altri operatori ad osservarlo e considerarlo da questo punto di vista.
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La stesura del
programma.
Una volta impostato il lavoro di approfondimento della conoscenza degli
ospiti, si passerà a uno schema di progettazione vero e proprio, che
prevede una scansione della giornata e una più ampia visione sulla
settimana e sul mese lavorativo.
Le attività possibili sono molteplici e possono essere raggruppate,
a grandi linee, come segue:
·
Attività di stimolazione sensoriale: comprendono
l’ampio campo dei laboratori manuali e creativi, con uso di tecniche e
materiali diversi (costruzioni, manipolazioni con materiali e tecniche
diversi, cucito, laboratori di cucina, giardinaggio, ecc.).
· Attività
grafico-pittoriche: possono collegarsi alle attività di stimolazione
sensoriale e comprendono l’uso di vari tipi di colore e supporti. Potrebbe
essere una buona idea dividere gli ospiti in gruppi, a seconda delle loro
predisposizioni, ed utilizzare il lavoro di ogni gruppo per costituire un
unico prodotto finale.
· Attività
musicali: ad esempio, ascolto di musica, (come da richieste degli
ospiti), canto, costruzione di semplici strumenti musicali, giochi
musicali, ecc.
· Attività
legate all’immagine: uso della fotografia; visione di diapositive o
videocassette.
· Attività
di lettura: comprendono la lettura collettiva del quotidiano o
del libro, scelto insieme.
· Attività
centrate sul corpo: ginnastica e psicomotricità (eventualmente in
collaborazione col settore fisioterapico); giochi di squadra, tornei, ecc.
·Attività di festa: con
tale termine si possono riassumere i momenti gioiosi, quali le feste a
tema, la festa dei compleanni, ecc.
· Attività
rivolte all’esterno della struttura: possono riguardare, per
esempio, i lavori svolti in collaborazione con il territorio (la scuola e
i bambini, ecc.), le uscite (il mercato…), le gite, gli incontri con altre
strutture simili o le scuole, ecc.
Molte di queste attività possono essere raggruppate nella stesura di un
giornalino, che consente la partecipazione di coloro i quali, per
problemi fisici, non possono esprimersi in attività prettamente manuali o,
in generale, coinvolgenti la loro fisicità: attraverso la raccolta dei
loro ricordi, esperienze di vita, ecc., anche queste persone potranno dare
un contributo e sentire di esprimere delle capacità.
Inoltre, potranno essere compresi nel giornalino i disegni di altri
anziani, il racconto di uscite o feste, un calendario delle attività
future, articoli da parte degli ospiti stessi, di loro familiari o di
altre figure operanti in struttura o esterne, ecc.
A questi gruppi di attività andrà aggiunto, molto probabilmente, il
giro camere: con ciò, si intende l’incontro con gli ospiti costretti
temporaneamente o stabilmente nella propria camera: è un momento molto
importante, sia per meglio conoscere le persone che, per vari motivi, non
possono raggiungere il resto del gruppo, sia per ideare un programma di
animazione personalizzato, specialmente nel caso di chi sia costantemente
costretto a letto.
La stesura particolareggiata del programma sarà, naturalmente, effettuata
personalizzando le attività sull’ambiente operativo e andrà plasmata su
quelli che sono i desideri degli ospiti e le loro inclinazioni.
Non andrà mai abbastanza ripetuto, infatti, come l’animatore non debba
mai imporsi alle persone a cui si dedica, ma, anzi, sia suo preciso
dovere dare all’anziano la possibilità d’essere protagonista della
propria esistenza e la capacità di ridefinire un proprio ruolo.
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La
predisposizione degli strumenti di verifica
La realizzazione di un programma non può prescindere da una verifica
costante dei risultati ottenuti: durante lo svolgimento dell’attività,
essa permette modifiche e cambiamenti che riequilibrino la situazione, nel
caso in cui sia necessario, evidenziando difficoltà e problematiche.
Al termine dell’attività, una verifica consente una valutazione e permette
il confronto tra le eventuali aspettative iniziali e gli effettivi
risultati raggiunti; inoltre, l’analisi di ciò che è accaduto può dare
l’avvio a nuovi spunti ed idee. Dalla verifica, nasce, quindi, la
riprogrammazione.
Quali possono essere, allora, gli strumenti che facilitino la raccolta dei
dati di verifica? Non è molto facile riuscire a elaborare un sistema
valido, visto che, spesso, il giudizio su ciò che è stato realizzato nasce
dalla sensibilità stessa dell’animatore. E’ per questo che, ancora una
volta, il confronto con gli altri professionisti operanti nella struttura
può facilitare il commento alle attività.
Inoltre, dopo vari anni di esperienza, la sottoscritta ha elaborato alcuni
possibili supporti, basati su un semplice schema di osservazione del tipo
di partecipazione dell’ospite all’attività; l’anziano può apparire:
·
Partecipe: egli segue con partecipazione e
attenzione i lavori, e/o interviene più o meno attivamente nel gruppo;
·
Partecipe distratto: egli si dimostra
abbastanza interessato e partecipe, nonostante ci siano momenti in cui la
sua attenzione si rivolge altrove (è, tuttavia, da sottolineare che
l’animatore deve sempre tenere presente che l’anziano difficilmente riesce
a concentrarsi su un’attività per lungo tempo);
·
Osservatore: l’ospite non interviene
direttamente e non contribuisce attivamente all’arricchimento
dell’attività, ma dimostra un certo interesse;
·
Indifferente: è questo il caso di chi
preferisce fare altro, senza per questo osteggiare lo svolgimento dei
lavori e la partecipazione altrui;
·
Ostile: da esperienza, si è visto come sia
possibile constatare, in alcuni anziani, atteggiamenti decisamente ostili
nei confronti dell’attività proposta: starà, allora, all’animatore
comprendere i motivi di un tale rifiuto e decidere come agire in
proposito;
·
Assente: l’ospite, a causa di patologie (ad
esempio, demenza senile) non è in grado di partecipare, né comprendere ciò
che accade intorno a lui.
Periodicamente, anche a seconda della disponibilità di tempo
dell’animatore, questo tipo di osservazione sarà completato e supportato
dalla constatazione del numero di presenze all’attività (esse
possono comunque essere influenzate da malattie, uscite o degenze al di
fuori della struttura, quindi di ciò bisogna sempre tenere conto), e dal
tipo di socializzazione dimostrata (buona, discreta, sufficiente o
nulla; con evoluzione positiva, in decremento o costante). Saranno anche
visualizzate eventuali collaborazioni ed aiuti da parte di altri
ospiti, di familiari o del personale; sarà anche utile riassumere i
problemi incontrati ed eventuali strategie di animazione
individuale, a breve, medio o lungo termine.
Questa osservazione particolareggiata potrà anche essere supportata dalla
compilazione di un Diario settimanale, che permette di riassumere
brevemente le attività giornaliere e di fare un consuntivo del lavoro
settimanale, dando modo all’animatore di riflettere, in generale,
sull’andamento del proprio intervento, segnalando, anche qui, problemi ed
idee.
Come si può notare, in tutta questa opera di verifica, è sempre
sottolineata l’importanza non solo di un intervento altamente
professionale e personalizzato, ma anche e soprattutto il grande lavoro di
riflessione su se stessi ed il proprio operato: non sempre è facile
ritagliare momenti, durante il lavoro, in cui fermarsi a considerare ciò
che si sta facendo, ma non si può non comprendere come la mancanza dei
momenti di verifica ed autovalutazione possa inficiare seriamente il
complesso dell’intervento |