Abstract convegno 6-7 Maggio Firenze 

Abstract di: Giacomo Downie Luca Pozzi e Lucia Corno
Roberto Bellavigna Nicola Corti
Cinzia Pifferi Roberto Carnaghi
Cristiano Marcotti Pierluigi Altea

Musica e riabilitazione nella"Globalità dei Linguaggi" con malati d'Alzheimer

di Giacomo  Downie   

Alcuni concetti chiave caratterizzano l’operare in musicoterapia con la Globalità i Linguaggi.  

1. PROGETTO PERSONA

Il percorso parte dalla persona della quale mi prendo cura. Altre esperienze mettono in primo piano le tecniche: questa serve a questo ecc. Benissimo. Qui si parte dalla persona, fatta di un corpo, una storia, osservabile in comportamenti. Dove sta la musica?

La musica che serve a me, terapista, arteterapeuta, musicoterapista, musicoterapeuta, è quella che nella persona esiste prima, durante e dopo il trattamento. L’aspetto musicale è sempre presente in ogni atto espressivo della persona. Lo posso trovare nel tono della voce, nel ritmo delle azioni, nell’intensità dei gesti. La persona arriva da me con la sua musica, ed io la devo scoprire.

Questo vuol dire che la mia osservazione si estende alla quotidianetà delle sue azioni, questo vuol dire che tutte le figure che le ruotano  possono dirmi qualcosa di importante, che può diventare musicale.  

2. CONTINUITA’

Il nostro lavoro è scoprire e sviluppare (in musica) potenziali della persona. Lo sviluppo dei potenziali sarà un motivo comune ai vari interventi di questo convegno. Posso quindi estrarre dei potenziali come se fosse un’operazione chirurgica, odontoiatrica (l’estrazione del potenziale) e mollare la persona, col suo bel potenziale in mano? Potenziale che magari è visto dal parente  come comportamento disturbante, parente che ha un’immagine ancora viva della persona del passato (ed è una prospettiva che siamo tenuti a rispettare).

La risposta è continuità. Il mio intervento, per avere efficacia, non solo deve essere continuativo (non a tempo determinato), ma, con queste persone dalla memoria compromessa, deve avere una prosecuzione nel quotidiano. Io musicoterapeuta sono tenuto a mettere in circolo quanto ho scoperto circa i canali di comunicazione e far conoscere un’immagine della persona arricchita delle risorse che ho conosciuto a tutte le figure che hanno a che fare con lei.  

3. COMPIACIMENTO

Perché la musica?

Potrei dare, e daremo, tante risposte: perché attiva memorie lontane, perché stimola certi processi relativi a funzioni ancora integre. Ma io metterei in primo piano un’altro aspetto: il piacere! Praticare musica implica un processo estetico. Questo vuol dire che nelle tracce sonore lasciate o nell’ascolto musicale la persona ritrova qualcosa di sé, gusti, stili, spiritualità. Ma questo porta a una forma speciale di piacere, data dalla condivisione di vissuti CON GLI ALTRI: il compiacimento. Ecco il potere forte della musica! Che ci porta agli ultimi concetti chiave.  

 4.  SINTONIA SINCRONIA SINFONIA

Quale musica devo usare? Quali tecniche?

Un valzer di Strauss, l’utilizzo di musiche popolari, strumenti a percussione?

La musica, come ho detto all’inizio, mi viene indicata dalla persona. Indico tre vie (possono essercene ancora):

-Conoscenza della sua storia, gusti, esperienze musicali, paesaggio sonoro.

-Lettura della musicalità dei suoi comportamenti.

-Cercare di mettersi nei suoi panni (teorie dell’ascolto empatico) e più semplicemente esaminare le proprie impressioni,  memorie di nostri vissuti sollecitate dall’evento.

Quello che conta è il percorso, che parte dalla persona, che ha la finalità di motivarla a mantenere le relazioni col mondo (quindi ad attivare tutte le risorse per evitare l’ultima fase della malattia di A). Percorso che si fonda sulla ricerca e lo sviluppo dei potenziali, che si pone obiettivi specifici e che infine, privilegiando il lavoro in gruppo o in rapporto individuale, utilizza certe tecniche. E a proposito di queste sappiamo tante cose. Che il ballo favorisce i rapporti sociali, che certe musiche sollecitano certi movimenti, la mobilizzazione di certe parti del corpo; sappiamo che il canto stimola ricordi e reminescenze; certi brani riattivano vissuti; certi suoni entrano in risonanza con certe parti della persona; il canto fa sentire la propria voce che si fonde con le altre, o che si riverbera nell’ambiente; che certe forme musicali rispecchiano certe forme mentali o certe pratiche umane o certe funzioni fisiologiche (come la respirazione).

SINTONIA trovarsi sullo stesso tono, sulla stessa tensione (anche emotiva)

SINCRONIA trovarsi sullo stesso tempo, sugli stessi ritmi

SINFONIA trovarsi sullo stesso suono...

COSA SI FA? Fra le proposte: Laboratorio “suoni movimento”. Incontri settimanali di gruppo (12/18 persone con età compresa tra 70-93 anni.). Il lavoro in gruppi non solo per necessità (il grande numero delle persone con cui lavorare), ma per scelta, i malati di alzheimer insieme agli altri perché dal gruppo di coetanei possono avere di più di quanto noi possiamo dar loro. Gruppo  vero e proprio elemento cardine della “terapia”. Non come somma di individui, ma come entità, come contenitore, come GREMBO SOCIALE capace di contenere, di spronare, di dare energia o rilassare, di amalgamare o di far emergere il singolo individuo.

Per ogni incontro si cercano musiche, suoni, ritmi o l’uso di strumenti semplici, musiche tradizionali conosciute o di culture diverse. Valendosi del principio che la musica é anche movimento si offrono proposte motorie cercando di stimolare non a ripetere dei movimenti su imitazione, ma a eseguire movimenti nati da esigenze interiori. Tutto ciò passando però per altri tipi di linguaggi espressivi stimolando l’immaginazione attraverso la SINESTESIA: in cui un senso attiva immagini degli altri. Ecco che dalla musica si può passare a tracciare un segno colorato su un foglio o plasmare materie come creta. La cosa importante per noi é creare un contesto in cui ognuno può partecipare a vari livelli, dove anche il MA trova un suo ruolo, secondo un progetto di INTEGRAZIONE.

  Conclusione

5. DAR SENSO AI COMPORTAMENTI INSENSATI

I malati di A hanno elaborato strategie sofisticate per comunicare. Affini per certi versi a quelle dell’artista, del poeta che cerca parole, del compositore che cerca suoni, ecc.

Nostro lavoro è creare contesti, creare relazioni dove i comportamenti insensati acquistino senso, con la musica si può fare.

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Musicoterapia in casa di riposo

   di Roberto Bellavigna

 Il mio intervento al convegno voleva focalizzare l’attenzione sul ruolo  del musicoterapeuta all’interno di strutture quali le case di riposo. Era in definitiva un raccontare quella che è ed è stata la mia esperienza professionale avvenuta in questi cinque anni di lavoro presso la casa di riposo “Rossi-Sidoli” di Compiano in provincia di Parma. Con l’ausilio di lucidi da proiezione ho cercato di illustrare in modo schematico la dimensione e gli ambiti operativi della musicoterapia in una struttura ove esistono già altre figure professionali quali l’animatore e la fisioterapista. Era mia intenzione sottolineare la complementarietà di questi ruoli professionali, le loro potenzialità specifiche e le collaborazioni che possono essere messe in atto, nonché la necessità di un coordinamento di intenti. Quale ruolo può avere la figura del musicoterapeuta, quale apporto migliorativo può portare alla struttura, quali metodologie, quali obiettivi?  Dopo una breve definizione di musicoterapia ho accostato questo concetto alle specificità dei singoli anziani. All'interno di una indagine valutativa e analitica dei bisogni riscontrati si è parlato di patologie, situazioni, ambienti, comportamenti, richieste e potenzialità. In questo contesto è stato inserito ed analizzato  il concetto di Iso (identità sonoro musicale) come punto di partenza assodato per la stesura di obiettivi terapeutici. In un secondo momento si è passati a  definire il concetto di  repertorio (proposte musicali utili ad indurre un cambiamento migliorativo o preventivo). Ho esaminato le strutture costruttive  formali delle canzoni (struttura strofica, con ritornello, a cori alternati, narrativa solistica ecc. ecc.) per poi  introdurre quali possano essere le scelte musicali migliori nelle varie situazioni terapeutiche. All'interno del discorso repertorio ho accostato e confrontato le singole caratteristiche della canzone sia da un punto di vista testuale che musicale.Ho accostato a queste argomentazioni anche le mie convinzioni riguardo l'efficacia di proposte suonate dal vivo accompagnate da  una prassi esecutiva intimamente legata al contesto di azione (dinamica, tempi, agonica, btm rispecchiamento, lettura musicale del respiro dell'anziano).  Ho parlato di setting, strumenti e  luoghi ove operare individuando le caratteristiche peculiari per attinenza al repertorio e appartenenza alla storia musicale degli anziani di strumenti musicali quali la fisarmonica l'armonica a bocca e la tromba. Parlando di metodologia operativa ho suddiviso in modo schematico il mio approccio con la materia in tre momenti differenti e contigui:  

·        L'incontro (valutazione, analisi dei bisogni, obiettivi,)   La ricerca del dialogo (lettura musicale del contesto e dell'anziano)   L'accompagnare (proporre, ascoltare, procedere insieme verso gli obiettivi desiderati)  

  In ultimo ho elencato gli effetti benefici della musica riscontrati con persone anziane e malati di Alzheimer (motori, cognitivi, sociali ecc). Un breve video ha illustrato alcuni momenti di lavoro in contesti e situazioni differenti.  

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Suoni dal silenzio

Di C. Pifferi1, S. Bertieri2

 1Medico Chirurgo, Specialista in Ematologia, Riabilitazione Cognitiva Casa di Riposo “Nuova Villa Rio”, San Godenzo, Firenze. 2Maestro di Musica, Scuola di Musica Dicomano, Firenze, Musicoterapia Casa di Riposo “Nuova Villa Rio”, San Godenzo, Firenze

La musicoterapica è un efficace strumento da tempo universalmente riconosciuto ed usato per l’attivazione motoria ed intellettiva, il coinvolgimento, la partecipazione, la socializzazione, l’accettazione del “diverso”, lo stimolo della memoria con il conseguente effetto catartico dei ricordi, l’abbattimento dello stress, il miglioramento del tono dell’umore ed una conseguente minor necessità di contenimento, sia fisico, che farmacologico nei pazienti con deficit cognitivi. Questo percorso sperimentale ha voluto saggiare queste potenzialità in tutti i suoi aspetti, partendo dalla semplice “magia della musica” in soggetti senza deficit cognitivi, fino al suo “effetto terapeutico” nelle forme più avanzate di demenza. L’esperienza è stata condotta congiuntamente da un’Animatrice, da un Medico e da un Maestro di Musica attraverso varie Fasi. Le sedute, ad eccezione di quelle delle Fasi 1 e 2, sono state effettuate in un ambiente separato dai luoghi di uso comune della Struttura, acusticamente isolato e confortevole, con disposti su di un tavolo lo strumentario ORFF, una chitarra, un flauto, ed altri strumenti a percussione ed a fiato.

Fase 1: proposta di musiche eterogenee ad un gruppo eterogeneo; conduzione ed analisi a cura dell’Animatrice ® gradimento e partecipazione estremamente variabili.

Fase 2: proposta di musiche selezionate ad un gruppo eterogeneo; conduzione ed analisi a cura del Maestro di Musica e dell’Animatrice ® buono il gradimento e la partecipazione ® indubbi effetti positivi sulla socializzazione, sul miglioramento del tono dell’umore e sul conseguente abbattimento dello stress.

Fase 3: proposta di musiche selezionate ad Ospiti selezionati (deficit cognitivo lieve-medio); conduzione ed analisi a cura del Maestro di Musica e del Medico buono il gradimento e la partecipazione  effetto potenzialmente terapeutico per evidente abbattimento dello stress.

Fase 4: proposta di partecipazione attiva all’uso di strumentario musicale ad Ospiti selezionati (deficit cognitivo medio-grave); conduzione ed analisi a cura del Maestro di Musica e del Medico ® gradimento e partecipazione condizionati in modo determinante, oltre che dalle caratteristiche specifiche del tipo di demenza e dal suo stato di avanzamento, dalla “struttura culturale” dell’Ospite e dal suo vissuto  potenziale, efficace via alternativa di comunicazione e relazione con conseguente effetto terapeutico.

·   Il panorama delle opportunità offerte dalla musicoterapica è estremamente ampio e variegato e tale tecnica può quindi essere applicata con modalità diverse a diversi soggetti, con obiettivi diversi e con risultati che possono essere più o meno confortanti per una molteplicità di variabili.·   La sinergia di due figure diverse, Musicista e Medico, con formazioni culturali, competenze e punti di vista diversi, per il suo più ampio respiro, risulta vincente nelle fasi progettuali, operative ed analitiche della sperimentazione, permettendo di trattare e valutare poi i risultati della musicoterapia in modo oggettivamente più ampio, anche per i gradi più avanzati del deterioramento cognitivo.

Key words: musicoterapica, deficit cognitivo, demenza, AlzheimerCorrespondence: C. Pifferi, M.D., Casa di Riposo “Nuova Villa Rio”, San Godenzo, Firenze, Italy  

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           Musicoterapia nella cura di un paziente affetto da disturbi del comportamento. 

Una cura possibile?

di Cristiano Marcotti

Il mio intervento descrive due esperienze di Musicoterapica, una di gruppo ed una singola,  con persone affette da demenza di  Alzheimer. Per quanto riguarda l’esperienza gruppale le sedute hanno avuto cadenza  settimanale per un totale di dieci incontri..L’esperienza singola  ha invece avuto una frequenza di tre incontri alla settimana.In entrambe si è voluto evidenziare come la musicoterapia possa svolgere una funzione di gestione e riduzione dei disturbi comportamentali del paziente demente, agendo da vero e proprio “neo-canale espressivo e comunicativo” sganciato dai codici canonici (verbale e cognitivo). Tali codici non farebbero altro che accentuare le disfunzioni comportamentali  non essendo ormai più patrimonio nella loro totalità delle persone dementi e particolarmente disturbate nei canali comportamentali. 

Bibliografia:   “La nuova Musicoterapia” R.Benenzon,"Casi clinici di Musicoterapia” Kenneth E.Bruscia, “Definire la Musicoterapia” Kenneth E. Bruscia, “Manuale di Musicoterapia” R. Benenzon,“Il mondo interpersonale del bambino” Daniel Stern, “Un antropologo su Marte” Oliver Sacks, “La morte amica” M. Hennezel. 

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"Un percorso tra ritmo e melodia"

di Luca Pozzi e Lucia Corno

 L'istituto Golgi di Abbiate grasso (Mi) è’ una struttura (IPPAB, ex ECA di Milano) con 428 posti letto all’interno della quale è presente un nucleo Alzheimer che comprende una parte RSA (20 posti letto) occupata da persone ricoverate per lunghi periodi, e una parte IDR (20 posti letto) con ospiti presenti temporaneamente.

Il gruppo dell’attività di musicoterapia

Il gruppo di ospiti cui è rivolta l’attività di musicoterapia comprende persone che mediamente si trovano in una fase di malattia (GDS, global deterioration scale, 5/6) definita moderata/severa. Sussistono problemi comportamentali, di orientamento spazio-temporale, ridotte capacità mnemoniche e notevoli difficoltà nell’organizzazione del linguaggio verbale. Molte sono, a questo proposito, le ripetizioni di frasi, risulta nella quasi totalità dei casi praticamente nulla la capacità di riconoscere le persone e le figure professionali presenti in reparto. Una buona percentuale di ospiti, con problemi di wandering, vaga per il corridoio in un interminabile andirivieni, altri sono “impegnati” in un continuo riordino di mensole, tavoli, armadi. Qualcuno rimane seduto al proprio posto, sfogliando riviste accanto a chi “cerca” il marito, la mamma o un caro parente. Il gruppo potrebbe essere considerato in due diverse accezioni: gruppo chiuso (si stabiliscono dei partecipanti che rimangono invariati nel tempo) e gruppo aperto. Nel caso della nostra attività si è preferita la via di mezzo: gruppo semi-aperto. C’è un nucleo di persone che fanno da base stabile sia per quanto riguarda l’adesione (n° di sedute) che per la permanenza ad ogni incontro. Obiettivo è quello di creare un gruppo di persone che dia un certo grado di stabilità, il che significa ordine e abbassamento del livello di stress, e che allo stesso tempo non limiti troppo la partecipazione di altri. Il gruppo si costituisce inoltre come un’unica entità avente la propria sonorità. La messa in comunione dei modi espressivi di ognuno acquista valore nel momento in cui il singolo è in relazione con il resto del gruppo, con la sua personalità che nel medesimo istante riceve stimoli per un cambiamento, viene modificata dal rapporto con gli altri. Per far ciò bisogna che si creino, e soprattutto si rispettino, delle proporzioni. La musica e i conduttori devono far sì che il piccolo sonaglio mosso dall’anziano, che muove solo la mano destra, trovi lo stesso spazio musicale di chi, meno limitato fisicamente, riesce a percuotere un tamburello.Come è possibile? Una prima risposta arriva dalla musica stessa e dai suoi parametri, intesi come variabili di un sistema: ritmo, intensità, altezza e timbro. E’ comunque un lavoro che si gioca molto sul momento, sull’istantaneità dell’evento sonoro musicale del gruppo.  Un percorso-sfida incentrato sulla musica definita sia “classica” per la sua scrittura e tipologia, ma anche popolare, in quanto spesso riferita o ispirata a culture proprie di paesi e popoli diversi (in particolare i paesi dell’est). Dal minuetto di Haendel alla Scozzese di Beethoven, dal Microkosmos di Bartok alle danze di janacek il linguaggio musicale, nei suoi parametri fondamentali di ritmo (o pulsazione), melodia, forma e armonia diventa modalità di approccio, di relazione con gli ospiti, stimolando e valorizzando l’espressione del sé a più livelli (canto, ballo, uso degli strumenti). La risposta alla pulsazione trasmessa fa vivere il presente nella sua fisicità (battito di mani, passi di danza, percussioni), il richiamo melodico a motivi appartenenti all’infanzia (girotondo, filastrocca, ninna nanna) aiuta a ricomporre il proprio io nel ritorno alle origini e la risoluzione positiva del tessuto armonico, dal modo minore a quello maggiore, dalla dominante alla fondamentale (cadenza I-IV-V-I) dona sensazioni di equilibrio e di pace con se stessi e il mondo. Le scelte di repertorio e le modalità della proposta cambiano e si affinano in relazione agli spunti colti dal gruppo, per meglio sintonizzarsi sull’altro e per aprire sempre più “canali-possibilità” di contatto. In questa direzione acquistano uno spazio sempre più ampio l’improvvisazione, espressa attraverso dialogo e rispecchiamento sonoro, e il silenzio, che è riconoscimento del valore della persona di fronte, e spazio per il desiderio di cogliere sempre più i segni di una presenza ancora carica di messaggi.   

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Lavorar cantando

Di Nicola Corti 

  Al convegno ho raccontato la mia esperienza di un laboratorio legno, per la costruzione di strumenti musicali che ho denominato “Lavorar cantando”, realizzato insieme a malati d’Alzheimer nel centro diurno Stella del Colle di Firenze.  In questo laboratorio, riciclando vecchi oggetti di legno inutilizzabili e lavorando con attrezzimolto semplici, ho cercato di ricreare l’atmosfera della bottega artigiana, ben presente nella memoria di molti utenti. Ho raccontato come, insieme a questi malati, ho costruito strumenti facilmente suonabili da tutti, anche da persone con problemi cognitivi come gli Alzheimer.  Al convegno ho parlato di come si possono strutturare piccole orchestrine, che io chiamo  Trik Trak band”, composte anche da soli utenti, fruendo dei suddetti strumenti. Ho dato anche esempi pratici di come queste orchestrine possono essere utilizzate in varie situazioni (gruppi d’improvvisazione ritmico-modale, orchestrine per il ballo liscio nelle feste, accompagnamento di cori e canzoni d’epoca).  Io sono perito meccanico ed ho lavorato sia come operaio artigiano sia come progettista, ho suonato e cantato molta musica leggera e popolare, ho studiato chitarra classica da privatista e sto studiando musica elettronica ma ho lavorato anche come semplice operatore socio-sanitario; quindi ho un’esperienza ed un percorso di formazione, come animatore musicale, frammentato, discontinuo e non molto ortodosso.  Ho detto questo per chiarire che nel mio approccio all'animazione musicale, è stata molto importante l’auto formazione ottenuta attraverso la passione e la semplice e costante osservazione dei fenomeni sociali e sonoro-musicali circostanti.  Per me anche il parlare è musica ed il muoversi è danza e quindi ritmo. Ognuno di noi possiede un proprio bagaglio sonoro-musicale interiore e quindi, indipendentemente  dal fatto che pratichi o no uno strumento musicale, può attingere alla propria esperienza. Inoltre può costantemente auto-formarsi basandosi sull’esercizio, sull’osservazione e sulla propria creatività. Importante è non farsi scoraggiare dai soliti luoghi comuni, che ad esempio dicono:-si può essere musicisti solo se si è fatto il conservatorio!,-bisogna saper leggere la musica, per suonare, -si può fare musica solo se si è musicisti!   Io sono diventato musicista semplicemente facendo musica. Si nasce, si vive e si muore immersi nei suoni e nei silenzi e la musica è l’arte del suono e del silenzio. Anche gli uccelli cantano ma non per questo sanno leggere la musica. Personalmente intendo “il fare musica” come il fruire di qualsiasi evento sonoro, con lo scopo di creare valore per se stessi e per chi ci circonda.  Credo che una visione così aperta, su ciò che si intende come musica, mi ha permesso di giungere alle idee, un po’ fuori dal comune ma efficaci, del “Lavorar cantando”, delle “Trik trak band” e di altri tipi di attività, ampliando così le possibilità e le tecniche d’approccio con questo tipo di utenza e permettendo un’ intervento positivo in queste attività anche da parte di chi non è musicista sia utente che operatore; infatti, nella struttura dove lavoro, sono molti gli operatori che hanno imparato queste tecniche d’animazione solo per il fatto di parteciparvi.  Ho detto tutto questo soprattutto per incoraggiare quelle persone che operano nel sociale e che erano presenti al convegno pur non essendo musicoterapeuti, musicisti o animatori musicali, cercando di ricordare a noi tutti che i suoni e la musica sono per fortuna un linguaggio universale che ci appartiene da sempre e ci tiene costantemente in relazione.   

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Le architetture risonanti della demenza

Di Roberto Carnaghi

Il progetto musicoterapia e demenza nasce da due premesse epistemologiche fondamentali: la natura dell’uomo, vista in una concezione olistica, ossia interezza di manifestazione ed il ritratto della demenza, teorizzato quale distacco precoce del principio mentale, ovvero astrazione. Si vuole percorrere, per costruire strumenti cognitivi, relazionali ed operativi, un viaggio attraverso le scienze e le metafore della cultura universale, raccogliendo e proponendo testimonianze e principi, quali terreno di indagine per una naturale visione olistica dell’esistenza. Si prende, dal principio la realtà e le simboliche rappresentazioni del numero 7: sette colori dell’iride, sette note della scala musicale, sette giorni della settimana, i sette Spiriti innanzi al trono di Dio, ma soprattutto, per quanto investe la nostra ricerca, i Sette Corpi dell’Holos Umano costitutivo. Questi sette centri ( o corpi ) formano, a differenti piani vibrazionali, l’interezza della nostra manifestazione. Li identifichiamo nei seguenti corpi: fisico denso ( eterico o vitale), astrale (delle emozioni e sentimenti), il mentale inferiore (io cosciente), e la triade spirituale animica superiore. I corpi sottili stanno al corpo fisico denso come gli armonici stanno al suono della fondamentale, dunque per la legge di analogia si possono rapportare questi diversi piani di esistenza. I corpi sono centri vitali di forza e ciascuno emette un proprio suono e proprie bande cromatiche,  rivelando , emanandola, una propria luminosità. Più di due terzi delle patologie e dei disturbi dell’uomo nascono nelle dissonanze dinamiche dei corpi eterico ed astrale, nella incapacità di ritrovare l’armonia originale con le Leggi Cosmiche della Natura, l’Armonia Mundi olistica. Parallelamente al sistema endocrino sono presenti nella nostra costituzione 7 centri, detti anche chakras ( dal sanscrito: ruote ) che rappresentano le ottave superiori della loro controparte fisica, appunto le ghiandole del sistema. Questi centri sempre in ricezione e distribuzione sono le porte di accesso e di scarico che si nutrono dei suoni, delle luci, delle potenzialità della vita stessa, e li trasmettono, facendoli precipitare, agli organi fisici. Il suono riveste dunque grande importanza proprio perché ogni chakra vibra ad una particolare frequenza e dall’incontro con il suono, per la legge di risonanza, possiamo davvero intravedere quali interazioni saranno possibili in campo terapeutico. Olismo è visualizzare, percepire ed elaborare questa sin-fonia delle ruote sonoro-luminose che nutrono ogni più piccola nostra cellula, rivitalizzando costantemente il sangue, la corrente della vita stessa. Il suono, così come viene rappresentato dalle culture apparentemente distanti, è il principio di  Costruzione, Coesione e  Trasformazione ( o distruzione ) della materia, della forma fisica in cui e per cui i principi spirituali superiori possono incarnarsi e servire il piano terrestre su cui ci muoviamo e siamo. Le figure di E.Chladni, il modello atomico, la figura del sistema solare e la descrizione del chakra stesso mettono in evidenza come questo modello di vibrazione costruttrice delle forme sia davvero una legge universale di manifestazione. Il suono può mettere in comunicazione i diversi piani di esistenza, e nel nostro campo di indagine, la demenza, si prefigura come strumento privilegiato atto a costruire quel ponte di comunicazione superiore di relazione e nutrimento. L’esperienza musicale facilita l’integrazione con le energie dei corpi sottili che possono ricollegarsi e dinamizzare i veicoli inferiori, gli organi ed i tessuti del corpo fisico, distribuendo vitalità e coscienza, sino a che i tempi biologici dell’interezza lo permettono.  La demenza è dunque considerata quale astrazione del principio mentale. Il demente vive un’esperienza puramente onirica senza ritorno nel corpo più fisico, come una persona che al momento del risveglio non riesce più ad integrare il corpo astrale cosciente al corpo più fisico denso. La sofferenza nasce dalla non netta polarizzazione ed integrazione fra i corpi, come se la persona vivesse la polarizzazione del Sé, la coscienza del sé viaggiando attraverso i gradi della propria coscienza di essere, senza poter focalizzarsi sul piano su cui oggi noi siamo qui a servirlo nella terapia! Il simbolo suggerito della sveglia del mattino rivela l’esatta collocazione della esperienza sonora: la musica è lo strumento/allarme che permette il risveglio del mattino, dalla notte del così definito viaggio astrale. Nel caso della demenza il ritorno non è stato più possibile, la persona è polarizzazione ancora nel corpo sottile delle emozioni, dell’angoscia senza regista, della mancata ri-unificazione dei centri della consapevolezza. Ecco l’immagine proposta della catena spezzata. La musicoterapia è percorso terapeutico proprio nella visione e nella accettazione di questa duplice premessa: l’interezza da ricomporre e la potenzialità invocativa-evocativa del suono che permette quel riallineamento destrutturato per insorgere della grave compromissione. Si consiglia la formazione disciplinata per approfondire queste tematiche legate alla presa di coscienza della manifestazione olistica dell’uomo, che ancor prima di vivere l’esperienza della malattia, dovrebbe rivelarsi quale sacra interezza su livelli di cui si cerca spesso di negarne l’esistenza, senza considerare il peso e la ricchezza storica di quelle culture che da millenni offrono testimonianze di vissuti significativi e meravigliosi sulla nostra vera essenza, sullo scopo dei principi umani e divini. Sia per gli operatori infine l’invito all’approccio di quelle culture e scienze che restituiscano alla sofferenza un significato più vero, condiviso a tutti i livelli, senza voler dividere ciò che la Vita non ha mai suggerito di separare. Ringrazio sin d’ora tutti quegli operatori e quei familiari che vorranno approfondire con umiltà e saggezza questa visione non riduttiva, strumento e meta, missione e dharma di un’intera vita, per il bene di quella rivelazione a cui tutti tendiamo più o meno consapevolmente.    

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"Progetto sfera" un'esperienza di musicoterapia con malati di Alzheimer istituzionalizzati"

di Pierluigi Altea

La musica ha una grande influenza sulla persona demente e rappresenta uno dei pochi strumenti di comunicazione ancora efficaci e gestibili dalle risorse residue del malato.Roberto Carnaghi e Pierluigi Altea hanno ideato e realizzato un progetto di Arteterapia denominato “Progetto Sfera”. L’immagine della sfera denota simbolicamente: da una parte l’approccio globale alla persona (approccio olistico), diverso da quelle impostazioni riduzionistiche che troppo spesso portano a non considerare l’individuo nella sua interezza ed unicità e dall’altra l’immagine della propagazione del suono nello spazio come “sfera pulsante”. Il fulcro di questo progetto è rappresentato dalla musicoterapia.

La proposta terapeutica adottata con il demente è di tipo informale, confidenziale, non coercitiva e non impositiva. Obiettivi:

-         modificazione dello stato di umore della persona;

-         contenimento dell’aggressività, del “wandering” e degli stati ansioso-depressivi;

-         costruzione di una relazione empatica tra musicoterapeuta e paziente;

-         socializzazione;

-         fruizione e condivisione dell’esperienza estetico-musicale;

-         riattivazione della memoria musicale ed “emozionale”;

-         improvvisazione;

-         comportamento musicale attivo (cantare o suonare uno strumento).

  La persona demente è sensibile all’esperienza estetica e,  nonostante gli importanti deficit cognitivi, è ancora capace di cogliere la bellezza, la proporzione e l’equilibrio. La musica è equilibrio, è proporzione, è bellezza. E’ buona forma. Il paziente può avvicinarsi senza costrizioni alla proposta fatta dal musicoterapeuta. E’ libero di scegliere.Il tema della libertà e del potere sulla persona demente sono di fondamentale importanza. La condizione fisica, psicologica ed esistenziale dell’anziano demente istituzionalizzato lo conducono ad uno stato di totale passività. Il paziente è depauperato di tutte le facoltà decisionali. C’è chi decide per lui. Viceversa, nella relazione paritetica col musicoterapeuta la persona demente può ancora scegliere.  E’ libera di esprimersi come può e come crede. La musica, intesa come significante insaturo, è un “linguaggio asemantico” che ridona significato all’esperienza esistenziale del malato. La relazione paritetica col musicoterapeuta è un’oasi di libertà dove l’anziano demente può ancora “dire”, parafrasando Descartes, canto, dunque sono.

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